Inflazione al 2,6% nel 2026, crescita del Pil tagliata allo 0,9%: sono questi i numeri che raccontano, meglio di qualsiasi analisi, la direzione verso cui si sta muovendo l’economia dell’Eurozona. Due cifre che, messe una accanto all’altra, evocano uno scenario che gli investitori speravano di non rivedere tanto presto: la stagflazione.
Ma cosa sta succedendo esattamente? E soprattutto, quali margini di manovra restano alla Banca centrale europea in un contesto così complesso? Proviamo a fare chiarezza.
Lo shock energetico che ha cambiato tutto
A rimescolare le carte sui tavoli delle principali banche centrali è stata la guerra in Medio Oriente. Il conflitto legato all’Iran ha provocato un’impennata dei prezzi di petrolio e gas, colpendo in modo particolarmente duro l’Eurozona.
Il motivo è strutturale: a differenza degli Stati Uniti, i Paesi dell’area euro dipendono in misura molto significativa dalle importazioni energetiche. Ogni rialzo delle materie prime si traduce quindi in una pressione diretta sui costi per famiglie e imprese.
Tra le conseguenze più preoccupanti, lo stop alle forniture di GNL dal Qatar e l’intensificarsi della competizione globale per le risorse di gas naturale rischiano di mantenere elevati i prezzi dell’energia per un periodo prolungato, frenando ulteriormente la crescita economica.
Le nuove proiezioni della Bce: numeri che parlano chiaro
La stessa Bce ha dovuto aggiornare le proprie stime alla luce dell’impatto del conflitto mediorientale. Le proiezioni più recenti dipingono un quadro in peggioramento su entrambi i fronti.
Sul versante dei prezzi, l’inflazione è attesa al 2,6% nel 2026, un livello superiore rispetto alle previsioni formulate a dicembre. Anche la componente core, quella depurata dalle voci più volatili come energia e alimentari, è stata rivista al rialzo.
Parallelamente, le prospettive di crescita si sono deteriorate. Il Pil dell’Eurozona per il 2026 è stato abbassato allo 0,9%, penalizzato dagli effetti a catena della guerra su materie prime, redditi reali e fiducia di consumatori e imprese.
Si tratta di una combinazione insidiosa: prezzi che salgono mentre l’economia rallenta. È proprio questa la definizione di stagflazione, uno scenario nel quale le banche centrali si trovano intrappolate tra due esigenze opposte.
Tassi fermi da giugno 2025: cosa è cambiato nelle aspettative
Attualmente i tassi d’interesse nell’area euro sono invariati dal giugno 2025. Il tasso sui depositi è al 2%, quello sul rifinanziamento principale al 2,15% e quello sul rifinanziamento marginale al 2,4%.
Prima dello scoppio del conflitto contro l’Iran, il consenso di mercato puntava su almeno un taglio nel corso dell’anno in corso. L’orizzonte, però, si è profondamente modificato.
La scelta di mantenere lo status quo nel mese di marzo, sia da parte della Bce sia da parte della Federal Reserve, è stata il primo segnale concreto del nuovo clima di allerta tra i decisori di politica monetaria. La minaccia di una rapida ripresa dell’inflazione ha messo in guardia i policy maker su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Lagarde: flessibilità come parola d’ordine
La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha chiarito che l’istituto di Francoforte è pronto ad adattare la propria politica monetaria per far fronte allo shock energetico collegato al conflitto. Se necessario, ha precisato, si interverrà a ogni riunione del Consiglio direttivo.
Il messaggio di fondo è chiaro: nessun percorso prestabilito per i tassi. La Bce adotta un approccio basato sui dati e su decisioni prese di volta in volta, senza vincolarsi a traiettorie rigide.
Si tratta di una differenza sostanziale rispetto al 2022, quando la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina colse l’Eurotower in una posizione più rigida, condizionata dalla forward guidance su acquisti di asset e tassi. Oggi, invece, la capacità di reazione è maggiore.
Lagarde ha sottolineato come la revisione della strategia completata nel 2025 abbia tenuto conto di un contesto globale caratterizzato da shock dell’offerta sempre più frequenti. Questo permette alla Bce di valutare non solo lo scenario centrale dell’inflazione, ma anche l’intero spettro di rischi e incertezze che lo circondano.
Il nodo cruciale: dai prezzi energetici ai salari
Il vero interrogativo per i prossimi mesi riguarda la trasmissione dell’inflazione energetica al resto dell’economia. Se il rincaro di petrolio e gas dovesse restare confinato al comparto energetico, l’impatto complessivo potrebbe rivelarsi temporaneo e gestibile.
Il rischio più serio, tuttavia, è un altro: che l’aumento del costo della vita spinga i lavoratori a chiedere adeguamenti salariali significativi. In quel caso, le pressioni inflazionistiche si estenderebbero ai servizi e all’inflazione di fondo, rendendo molto più difficile il compito della Bce.
Se queste dinamiche salariali dovessero prevalere sugli effetti frenanti del rallentamento economico, l’Eurotower potrebbe trovarsi costretta a intervenire con una stretta, anche in presenza di una crescita debole. Esattamente lo scenario da incubo della stagflazione.
L’analisi di Schroders: prudenza e incertezza elevata
Secondo Irene Lauro, senior economist per l’Europa e il clima di Schroders, la Bce ha confermato i tassi in un momento particolarmente delicato. L’impennata dei costi energetici è arrivata proprio mentre l’economia dell’area euro mostrava segnali di miglioramento, complicando ulteriormente il quadro decisionale.
Il punto chiave, secondo l’economista, resta capire se il rialzo dei prezzi dell’energia si trasmetterà a salari e inflazione di fondo, oppure se il rallentamento della crescita riuscirà a contenerne la propagazione.
Per il momento, i mercati sembrano scommettere su uno shock temporaneo. L’incertezza, però, rimane molto elevata. Proprio per questo, suggerisce Lauro, la Bce dovrebbe continuare a muoversi con un approccio prudente e guidato dai dati, evitando mosse premature in qualsiasi direzione.
E la Fed? Per ora resta alla finestra
Le priorità che guidano la politica monetaria di Bce e Federal Reserve, pur condividendo lo stesso contesto geopolitico, sono sensibilmente diverse.
Già prima della guerra in Iran, la Fed manteneva un atteggiamento cauto, in attesa di segnali convincenti di un calo strutturale dell’inflazione. Ora la situazione si è ulteriormente complicata.
Secondo gli esperti, un taglio dei tassi a breve termine è improbabile. Una politica monetaria più espansiva rischierebbe di risultare inefficace, dal momento che l’aumento del prezzo del petrolio alimenta contemporaneamente sia l’inflazione sia il rallentamento economico. Intervenire con riduzioni dei tassi, in questo contesto, metterebbe a repentaglio la credibilità stessa della banca centrale americana.
Cosa significa tutto questo per gli investitori
Il quadro che emerge è quello di un’Eurozona esposta a rischi crescenti. Da un lato, un’inflazione che potrebbe radicarsi più del previsto. Dall’altro, una crescita economica fragile e vulnerabile agli shock esterni.
Per chi investe, il messaggio principale è che il contesto richiede attenzione e pazienza. La Bce ha gli strumenti per intervenire e, rispetto al passato, dispone di maggiore flessibilità operativa. Ma la strada che le istituzioni monetarie europee si trovano a percorrere è stretta, con margini di errore ridotti.
L’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, la dinamica dei prezzi energetici e le prossime tornate di dati su salari e inflazione core saranno i fattori decisivi. In un contesto così incerto, l’approccio “riunione per riunione” adottato dalla Bce appare come la strategia più ragionevole, per quanto inevitabilmente carica di tensione per i mercati.




