FMI, Europa verso la recessione: inflazione al 5%

Compensare il 40% delle famiglie europee più povere per l’intero rincaro energetico sarebbe costato appena lo 0,9% del PIL. Eppure, durante la crisi del 2022, i governi del continente hanno speso in media il 2,5% del Prodotto interno lordo in pacchetti di sostegno, con oltre due terzi delle risorse distribuite senza alcun criterio selettivo. Un dato che oggi torna di stretta attualità, mentre il Fondo Monetario Internazionale lancia un nuovo allarme sul futuro economico dell’Unione Europea.

Lo scenario delineato dal FMI: crescita a rischio

Alfred Kammer, a capo del Dipartimento europeo del Fondo Monetario Internazionale, ha pubblicato un’analisi sull’Imf Blog dal tono inequivocabile. L’Unione Europea potrebbe “sfiorare la recessione, con l’inflazione in avvicinamento alla soglia del 5%”. Nessun Paese del continente, sottolinea Kammer, può considerarsi al riparo.

A pesare sulla crescita è uno shock energetico legato questa volta al conflitto in Medioriente. L’entità è inferiore rispetto a quella del 2022, ma gli effetti si fanno sentire: l’energia più cara frena l’economia e spinge i prezzi verso l’alto. Per il 2026, il FMI stima un’inflazione al 2,8%, in salita rispetto al 2,5% registrato nel 2025.

Italia e Francia senza margini di manovra

Non tutti i Paesi europei partono dalle stesse condizioni. Kammer evidenzia come nazioni con debito pubblico relativamente contenuto, ad esempio Danimarca e Svezia, dispongano dello spazio fiscale per adottare politiche anticicliche. In parole semplici, possono permettersi di spendere di più per attutire il colpo.

Al contrario, Francia e Italia si trovano in una posizione ben diversa. I loro livelli di indebitamento riducono sensibilmente la capacità di intervento, rendendo più complessa la risposta alla crisi energetica in corso.

Sussidi a pioggia: una tentazione da evitare

L’analisi del FMI mette in guardia dalla scorciatoia più immediata: bloccare i prezzi con tetti massimi, sussidi generalizzati o tagli alle accise sui carburanti. Si tratta, secondo Kammer, di “misure imprudenti”.

Il motivo è semplice. Un sostegno distribuito senza criteri mirati finisce per avvantaggiare in modo sproporzionato le famiglie a reddito più elevato, che di norma consumano più energia. È esattamente quanto accaduto nel 2022, con risorse pubbliche ingenti destinate in larga parte a chi ne aveva meno bisogno.

La ricetta suggerita dal Fondo è diversa: politiche disciplinate che proteggano le fasce più vulnerabili e rafforzino la capacità del sistema di assorbire gli shock futuri.

Il conflitto in Iran e le ricadute sull’area euro

In un’intervista rilasciata a La Repubblica pochi giorni prima della pubblicazione dell’analisi, Kammer aveva offerto un quadro dettagliato dell’impatto della guerra sull’economia europea.

“Prima del conflitto preparavamo un aggiornamento positivo della crescita”, aveva spiegato. “La ripresa procedeva come previsto e lo slancio era un po’ più forte”. La guerra ha cambiato tutto. L’impatto sull’area euro si traduce in una perdita cumulativa di produzione, nell’arco di due anni, pari a 0,5 punti percentuali. L’Italia si colloca esattamente in questa media.

Due i canali attraverso cui si manifesta il danno economico: il rincaro dei prezzi energetici e la contrazione della domanda esterna. Sul fronte dell’inflazione, il FMI prevede un aumento medio di 0,6 punti percentuali in tutta l’area euro.

Lo scenario peggiore: quanto potrebbe costare la guerra

Kammer non nasconde l’incertezza. “Il problema è che siamo ancora in guerra e c’è un’alta incertezza”, aveva dichiarato. Nello scenario più grave ipotizzato dal FMI, le perdite di produzione nell’area euro raggiungerebbero lo 0,9% nell’anno in corso e lo 0,8% nel successivo.

La soluzione, però, non dipende esclusivamente dall’evoluzione del conflitto. Le decisioni economiche dei singoli Paesi contano eccome. Secondo Kammer, le cose possono peggiorare “se i paesi smettono di coordinarsi e impongono controlli sulle esportazioni”. E non si tratta solo di petrolio e gas: a rischio ci sono anche prodotti specialistici e fertilizzanti, con effetti a catena su tutta la filiera produttiva europea.

Coordinamento europeo: la vera chiave

Il messaggio del Fondo Monetario è chiaro. L’Europa si trova davanti a una sfida che richiede risposte mirate, coordinate e sostenibili dal punto di vista fiscale. Cedere alla tentazione dei sussidi generalizzati significherebbe sprecare risorse preziose, penalizzando proprio quei Paesi che, come l’Italia, hanno meno margine per permetterselo.

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