Oro e argento: la speculazione mina il ruolo di beni rifugio

Può un asset considerato “porto sicuro” per eccellenza trasformarsi nella vittima della propria corsa al rialzo? Secondo una recente ricerca di Intesa Sanpaolo, firmata dalle economiste Sara Giusti e Daniela Corsini, è esattamente ciò che sta accadendo a oro e argento. I movimenti speculativi accumulatisi negli ultimi trimestri hanno di fatto eroso la capacità dei due metalli preziosi di proteggere i portafogli nei momenti di turbolenza, almeno nel breve periodo.

La conclusione delle due analiste è tanto netta quanto significativa: “Ironicamente, sembra che oro e argento siano stati vittime del loro stesso successo”. Un paradosso che merita di essere compreso a fondo, partendo dagli eventi più recenti per risalire alle cause strutturali.

La doccia fredda del conflitto in Medio Oriente

L’episodio che ha messo a nudo la fragilità del ruolo difensivo dei preziosi è stato l’inatteso attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, seguito dalle pesanti ritorsioni del regime iraniano contro i paesi limitrofi. In un contesto in cui ci si sarebbe aspettati un balzo delle quotazioni di oro e argento, è accaduto l’opposto: i prezzi sono scesi.

La spiegazione risiede in un meccanismo tecnico ma comprensibile. Il conflitto ha provocato un’impennata dei prezzi di petrolio e gas, e questo rialzo ha aumentato i cosiddetti margin, ovvero i versamenti richiesti per mantenere aperte le posizioni sui contratti future energetici. Molti operatori, per far fronte a queste richieste di liquidità, hanno dovuto vendere rapidamente gli asset più facilmente smobilitabili, tra cui proprio oro e argento.

A peggiorare il quadro, il conflitto ha colpito due delle aree con la più alta domanda mondiale di metalli preziosi: il Medio Oriente e l’Asia. La ricerca di Intesa Sanpaolo evidenzia come numerose ondate di vendita si siano concentrate proprio durante le ore di contrattazione asiatiche, dove gli investitori hanno preferito rifugiarsi nella liquidità, alleggerendo le posizioni sugli asset che avevano reso di più nei trimestri precedenti.

Il dollaro forte e i tassi in rialzo: un doppio ostacolo

Sul fronte occidentale, l’attrattività dell’oro nei portafogli finanziari è stata ulteriormente indebolita da una combinazione di fattori sfavorevoli. Il rafforzamento del dollaro americano e il rialzo dei rendimenti obbligazionari hanno ridotto l’appeal del metallo giallo, tradizionalmente penalizzato quando il biglietto verde si apprezza e i bond offrono cedole più generose.

A questo si è aggiunto il timore che il prolungamento del conflitto, accompagnato dal rincaro dell’energia, potesse alimentare una nuova fiammata inflazionistica, costringendo le banche centrali ad alzare i tassi di interesse. Uno scenario che renderebbe ancora meno conveniente detenere oro, un asset che non genera flussi cedolari.

Il record a 5.595 dollari e le ragioni della corsa

Per capire come si è arrivati a questo punto, occorre fare un passo indietro. Il 29 gennaio l’oro ha toccato un nuovo massimo storico a 5.595 dollari l’oncia, un livello circa tre volte superiore rispetto a quello registrato appena due anni e mezzo prima. Un rally alimentato da una lunga serie di fattori ben identificati dagli analisti.

Tra le cause principali figurano l’incertezza macroeconomica globale e l’imprevedibilità delle politiche economiche, commerciali e finanziarie dell’amministrazione Trump. I ripetuti attacchi della Casa Bianca alla Federal Reserve hanno sollevato dubbi sulla possibile perdita di indipendenza della banca centrale americana.

A questi si aggiungono i deficit pubblici in espansione nei paesi occidentali, i dubbi sull’efficacia della politica monetaria nel contenere l’inflazione e sostenere le valute (data l’incapacità dei governi di ridurre stabilmente l’indebitamento), la concorrenza geostrategica tra Stati Uniti e Cina (con Pechino che alimenta ogni spinta verso la dedollarizzazione) e i rischi geopolitici in Ucraina, Medio Oriente, con le minacce alla Groenlandia e i rischi di disgregazione della NATO.

Quando la FOMO conquista anche i mercati dei metalli

Nei mesi autunnali e invernali, i mercati finanziari hanno amplificato le spinte rialziste attraverso ingenti flussi di acquisto su future, opzioni e prodotti legati all’oro. Le economiste di Intesa Sanpaolo richiamano due dinamiche ben note alla finanza comportamentale: il momentum trading e la cosiddetta fear-of-missing-out (FOMO).

In sostanza, come spiegano Giusti e Corsini, “gli investitori si sono affannati a inseguire un trend positivo per timore di non partecipare ai guadagni”. Un comportamento che ha gonfiato ulteriormente le quotazioni, creando le premesse per la successiva vulnerabilità dei preziosi.

La nomina di Warsh e il primo scossone

Una prima battuta d’arresto si è verificata proprio il 29 gennaio, lo stesso giorno del record storico. La Casa Bianca ha annunciato la nomina di Kevin Warsh come nuovo presidente della Fed, una scelta generalmente apprezzata e rispettata sia a Washington che a Wall Street.

Warsh è considerato un profondo conoscitore dei meccanismi della banca centrale statunitense e, per questo, percepito dal mercato come poco incline ad assecondare acriticamente le richieste del Presidente Trump. Questa nomina, giudicata ben ponderata, ha innescato una rapida revisione delle aspettative sui tagli dei tassi di interesse, passate in poco tempo da quasi tre a poco più di uno per il 2026.

L’atteggiamento attendista durante le tensioni mediorientali

Prima dell’escalation vera e propria, una seconda fase di rallentamento delle quotazioni si era già manifestata con l’inasprimento delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, un’area cruciale per la domanda mondiale di metalli preziosi sia nel comparto investimento che in gioielleria.

In quelle settimane, sui mercati di oro e argento ha prevalso un atteggiamento attendista, in linea con quanto già osservato durante la guerra di dodici giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025, come sottolineano le due economiste.

Cosa significa per gli investitori

L’analisi di Intesa Sanpaolo solleva una questione di grande rilevanza pratica per chi investe in metalli preziosi con finalità difensive. Quando la speculazione gonfia eccessivamente i prezzi di un asset rifugio, la funzione protettiva di quello stesso asset rischia di venire meno proprio nel momento in cui servirebbe di più.

La ricerca di liquidità, in fasi di stress acuto dei mercati, può trasformare l’oro e l’argento da scudi protettivi in semplici fonti di cassa da smobilitare rapidamente. Un meccanismo che, secondo le analiste, ha compromesso nel breve periodo la loro storica funzione di porto sicuro, rendendo necessaria una riflessione più ampia sulla diversificazione di portafoglio.

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