Guerra Iran-Usa, Wall Street crolla: indici giù del 10%

I mercati americani stanno vivendo la fase più difficile degli ultimi quattro anni. Da quando il conflitto tra Stati Uniti e Iran è scoppiato il 28 febbraio, Wall Street ha inanellato cinque settimane consecutive di ribassi, con gli indici principali in calo fino al 10% rispetto ai massimi di gennaio. Il petrolio vola ai livelli più alti dal 2022 e gli investitori, ormai, non si fidano più delle parole: guardano ai fatti.

Cinque settimane di ribassi: i numeri della crisi

L’ultima seduta della settimana ha confermato un quadro pesante. L’S&P 500 ha chiuso venerdì al livello più basso da agosto, con un calo giornaliero dell’1,7% e un arretramento complessivo del 9% rispetto ai record toccati a gennaio.

Il Nasdaq è scivolato ufficialmente in territorio di correzione, avendo perso oltre il 10% dal suo massimo recente. Il Dow Jones ha lasciato sul terreno 793 punti nell’ultima giornata di contrattazioni.

Si tratta della serie di perdite settimanali più lunga dal 2022, quando fu l’invasione dell’Ucraina a sconvolgere i listini globali. La guerra in Iran ha di fatto azzerato tutte le previsioni positive che i mercati avevano costruito per il 2026.

Quando le parole smettono di funzionare

Per diverse settimane dopo l’inizio del conflitto, gli investitori avevano scommesso su una soluzione rapida. Ogni volta che il presidente Trump lasciava intendere una possibile de-escalation, i listini rimbalzavano. I trader chiamano questa dinamica “jawboning”, cioè la capacità di muovere i mercati con le sole dichiarazioni. Qualcuno aveva anche coniato l’espressione “Taco Trump”, un riferimento alla tendenza del presidente di lanciare grandi annunci per poi spostare le date o cambiare direzione.

Questa strategia ha funzionato per un po’, ma ora ha perso ogni credibilità. Un operatore di Wall Street, venerdì mattina, mentre i future sul greggio salivano ancora e i monitor segnavano l’ennesima giornata negativa, ha detto a un collega a voce abbastanza alta da essere sentito: «Stiamo smettendo di credere alle parole».

Non era una battuta, ma la fotografia esatta di ciò che sta accadendo nelle sale operative americane. Gli operatori hanno abbandonato i comunicati della Casa Bianca come bussola per le proprie decisioni. Al loro posto seguono gli spostamenti delle truppe, le immagini satellitari del traffico navale e i dati sulle scorte di greggio nei porti asiatici, i più colpiti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Petrolio alle stelle: il Brent oltre i 112 dollari

Il prezzo del greggio è diventato il termometro più attendibile della crisi. Il Brent, il riferimento internazionale, ha chiuso venerdì a 112,57 dollari al barile, il livello più alto da luglio 2022. Dall’inizio della guerra l’aumento è stato del 36%.

Ma il dato che preoccupa maggiormente gli analisti è un altro. Il prezzo del petrolio fisico consegnato dal Medio Oriente, quotato sulla piazza di Dubai, è balzato del 76%, raggiungendo i 126 dollari al barile.

Le misure tampone adottate finora (riserve strategiche, petrolio russo e iraniano temporaneamente esonerato dalle sanzioni, trasporto via oleodotti alternativi) stanno progressivamente esaurendo la loro efficacia. Secondo gli analisti, questo cuscinetto dovrebbe venire meno intorno alla metà di aprile. A quel punto, i prezzi del mercato fisico si riverseranno con violenza su quelli finanziari.

Il panico che ancora non c’è stato

Se il quadro attuale appare già preoccupante, diversi osservatori ritengono che la fase più acuta della tensione debba ancora manifestarsi. Dan Alamariu, capo stratega geopolitico di Alpine Macro, ha scritto in una nota: «Il panico di picco deve ancora arrivare. Il panico è per definizione irrazionale. I mercati non sanno come prezzarlo».

I segnali di allarme si moltiplicano anche sul fronte delle coperture. Gli investitori stanno acquistando in modo massiccio contratti di protezione contro ulteriori ribassi dell’S&P 500. Una misura tecnica del mercato delle opzioni, nota come “skew” (che indica la domanda relativa di protezione al ribasso), ha raggiunto i valori più elevati degli ultimi cinque anni, secondo i dati di Citadel Securities.

Non è il comportamento di chi scommette su una ripresa imminente. È il comportamento di chi si prepara al peggio.

Nessun settore si salva, tranne uno

La discesa ha colpito Wall Street in modo generalizzato. Dall’inizio della guerra, nessun comparto dell’S&P 500 è rimasto in territorio positivo, con un’unica eccezione: le compagnie energetiche, che beneficiano direttamente dei prezzi elevati del greggio.

A peggiorare il quadro contribuisce il deterioramento della fiducia dei consumatori americani. Secondo un sondaggio dell’Università del Michigan pubblicato venerdì, il sentiment verso l’economia è peggiorato a marzo più del previsto. Il dato è particolarmente significativo tra i consumatori con redditi più alti, che detengono una quota rilevante della ricchezza investita in borsa.

Tassi in salita, la Fed resta ferma

Il mercato obbligazionario racconta una storia altrettanto complessa. I rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni sono saliti di circa mezzo punto percentuale dall’inizio del conflitto, attestandosi al 4,43%. Si tratta del rialzo mensile più marcato dal 2022.

La Federal Reserve ha fatto capire di non avere intenzione di tagliare i tassi nell’immediato. I mercati, dal canto loro, non si aspettano un intervento al ribasso per almeno un anno. Nel frattempo, i mutui trentennali negli Stati Uniti sono saliti intorno al 6,5%.

Il dollaro si è rafforzato, un fattore che rende il petrolio ancora più costoso per tutti quei Paesi che lo acquistano in altre valute, amplificando gli effetti della crisi energetica su scala globale.

L’Europa non è immune

Le conseguenze del conflitto non si fermano a Wall Street. In Europa, tutte le borse principali si trovano in territorio di correzione. Il Pan-European Stoxx 600 ha perso quasi il 10% dall’inizio della guerra, trascinato al ribasso dalla combinazione di prezzi energetici fuori controllo e incertezza geopolitica crescente.

Mark Hackett, capo stratega di Nationwide, ha sintetizzato così la situazione al Wall Street Journal: «Senza una chiara risoluzione del conflitto e una stabilizzazione dei mercati energetici, è difficile immaginare una ripresa sostenuta».

Il mercato guarda ai fatti, non più alle parole

Il cambiamento più profondo in atto sui mercati finanziari riguarda il modo stesso in cui gli operatori valutano il rischio. Le dichiarazioni ufficiali hanno perso il loro potere di influenza. La politica del “jawboning” si è esaurita.

Oggi Wall Street non aspetta più che Trump parli. Osserva dove vengono mandate le truppe, analizza le rotte navali e monitora i flussi di petrolio. È un passaggio significativo, perché segna il momento in cui i mercati passano dal prezzare uno scenario di breve termine a scontare un conflitto prolungato.

Per gli investitori, la sfida è gestire un’incertezza che non ha precedenti recenti paragonabili per intensità e rapidità. I prossimi appuntamenti chiave saranno la metà di aprile, quando le misure tampone sul petrolio potrebbero venire meno, e qualsiasi sviluppo concreto sul campo che possa modificare la traiettoria del conflitto. Fino ad allora, la prudenza sembra l’unica bussola affidabile.

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