Bitcoin e guerra in Medio Oriente: tre scenari sul prezzo

Il conflitto in Medio Oriente è diventato la variabile chiave per chi segue l’andamento del bitcoin. La criptovaluta più famosa al mondo ha sorpreso gli osservatori con una reazione decisamente fuori copione rispetto al passato, e ora il mercato si interroga su cosa accadrà nei prossimi mesi. Tre scenari, molto diversi tra loro, delineano altrettante traiettorie possibili per il prezzo della moneta digitale.

A guidare l’analisi è Eliézer Ndinga, head of research di 21Shares, che mette subito in chiaro un concetto fondamentale: il bitcoin non si muove in base alla guerra in sé, ma in funzione dello stress che il conflitto genera sull’intero sistema finanziario.

Una reazione che ha sorpreso tutti

Dall’avvio dell’operazione “Epic Fury”, il mercato delle criptovalute ha mostrato una solidità che pochi si aspettavano. In passato, eventi geopolitici di questa portata avevano quasi sempre provocato vendite immediate sugli asset digitali. Questa volta, invece, il quadro è stato completamente diverso.

«Possiamo affermare con una certa sicurezza che il mercato ha superato lo choc e ha registrato una crescita molto positiva», osserva Ndinga. I numeri parlano chiaro: il bitcoin ha messo a segno un rialzo del 13% su base mensile.

Nello stesso arco temporale, i mercati tradizionali hanno sofferto in modo evidente. L’indice S&P 500 ha ceduto il 3,7%, l’oro ha perso il 6,5% e l’argento addirittura il 15%. Un comportamento in netta controtendenza che ha rafforzato la narrativa del bitcoin come possibile bene rifugio alternativo.

Il ruolo dello stress finanziario

Per comprendere dove potrebbe andare il prezzo del bitcoin, secondo Ndinga, bisogna guardare oltre le materie prime e concentrarsi sulla tenuta complessiva del sistema monetario. È questa la vera bussola per orientarsi.

«Il Bitcoin non reagisce direttamente alla guerra o al prezzo del petrolio, ma al livello di stress del sistema finanziario», spiega l’analista di 21Shares. «Più la crisi erode la fiducia più aumenta la probabilità che il bitcoin si rafforzi come alternativa; se invece lo choc resta contenuto, prevale la logica ciclica e quindi il rischio di ulteriori correzioni».

In sostanza, non è il petrolio in sé a muovere il bitcoin. Sono piuttosto le conseguenze che uno shock petrolifero può avere sulla politica monetaria e sulla stabilità dei sistemi di pagamento a fare la differenza. «Gli choc petroliferi mettono alla prova la politica monetaria, ma sono gli stress monetari a mettere alla prova i sistemi finanziari», sottolinea Ndinga. Ed è proprio in quei momenti che «il capitale inizia a cercare alternative».

Scenario rialzista: bitcoin verso 80-90mila dollari

Il primo dei tre scenari delineati da Ndinga è quello più ottimistico e presuppone una rapida normalizzazione della crisi geopolitica. L’elemento centrale di questa ipotesi riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico per il commercio globale di petrolio.

«La riapertura dello Stretto di Hormuz rappresenterebbe un driver per il bitcoin», argomenta Ndinga. In questo contesto favorevole, il prezzo del petrolio potrebbe scendere prima verso i 70 dollari al barile e successivamente fino a 60 dollari.

A rafforzare la spinta rialzista contribuirebbe un fenomeno già in atto: la diversificazione delle riserve da parte dei Paesi Brics verso asset non sovrani, cioè non controllati da governi o banche centrali. Il bitcoin, in questo quadro, rappresenterebbe una scelta naturale.

«In questo contesto, il bitcoin potrebbe raggiungere i 74-75mila dollari per poi proseguire fino a 80-90mila», prevede l’esperto. Un obiettivo ambizioso ma coerente con la dinamica di mercato osservata nelle ultime settimane.

Scenario ribassista: il rischio di uno shock sistemico

All’estremo opposto si colloca l’ipotesi peggiore, quella che prevede un’escalation prolungata del conflitto con conseguenze devastanti per l’economia globale. Le condizioni per attivare questo scenario sarebbero precise e molto gravi.

«Se lo Stretto di Hormuz restasse chiuso per almeno sei mesi e il conflitto si estendesse alla regione, ci troveremmo di fronte a uno choc sistemico», avverte Ndinga. Le ripercussioni sarebbero pesantissime: petrolio oltre i 150 dollari al barile e oro sopra i 6.000 dollari.

Ma non si tratterebbe solo di materie prime alle stelle. Ndinga indica tra i possibili effetti anche difficoltà di accesso ai depositi bancari, shock sulle piattaforme di pagamento e una prolungata instabilità su tutti i mercati finanziari. A questi rischi si aggiungerebbero possibili attacchi, sia fisici sia cyber, capaci di amplificare la trasmissione della tempesta all’intero sistema finanziario.

In un contesto del genere, nemmeno il bitcoin sarebbe al riparo. «Una simile eventualità potrebbe provocare profonde contrazioni del mercato e quello crypto ne sarebbe certamente coinvolto, con il Bitcoin potenzialmente in discesa fino a ridosso dei 50mila dollari nel breve periodo», ipotizza l’analista. Un calo significativo che ricorda come, nelle fasi di panico generalizzato, anche gli asset considerati alternativi tendano a soffrire.

Lo scenario intermedio: il più probabile

Tra l’ottimismo del primo scenario e il pessimismo del secondo, esiste una via di mezzo che Ndinga considera oggi la più plausibile. Si tratta di quella che l’esperto definisce «una zona grigia tra i tre e i sei mesi», caratterizzata da tensioni persistenti ma senza fratture definitive nel sistema.

In questa fase di incertezza prolungata, il prezzo del petrolio si manterrebbe in un corridoio compreso tra 85 e 105 dollari al barile. Non abbastanza basso da tranquillizzare i mercati, ma neppure così alto da scatenare il panico.

Per il bitcoin, questo significherebbe un periodo di navigazione laterale. «Il Bitcoin dovrebbe restare tra i 68mila e i 74mila dollari nel breve», stima Ndinga, con un potenziale di recupero che si manifesterebbe nel lungo periodo. In pratica, la criptovaluta galleggerebbe sotto la soglia dei 75.000 dollari in attesa di segnali più chiari sulla direzione della crisi.

Cosa significa per gli investitori

L’analisi di 21Shares offre una chiave di lettura interessante per chi detiene bitcoin o sta valutando un investimento in criptovalute. Il messaggio principale è che il futuro della moneta digitale, almeno nel breve e medio termine, è strettamente legato all’evoluzione geopolitica.

La novità più rilevante riguarda il cambio di comportamento del bitcoin rispetto al passato. La tenuta mostrata durante le prime fasi dell’operazione “Epic Fury” suggerisce che la criptovaluta stia gradualmente acquisendo un profilo diverso agli occhi degli investitori, più vicino a quello di un bene rifugio che a quello di un asset puramente speculativo.

Tuttavia, come evidenzia lo scenario ribassista, questa trasformazione non è ancora completa. In caso di crisi sistemica profonda, il bitcoin resterebbe vulnerabile al pari di molti altri strumenti finanziari. La differenza rispetto al passato sta nella reazione iniziale, più composta e matura, ma la strada verso lo status di vero “porto sicuro” è ancora lunga.

Il quadro complessivo che emerge dall’analisi di Ndinga invita alla prudenza ma anche all’attenzione. Il bitcoin si trova in una fase di transizione in cui la fiducia nel sistema monetario tradizionale gioca un ruolo determinante. Se questa fiducia dovesse incrinarsi in modo significativo, la criptovaluta potrebbe beneficiarne. Se invece il sistema regge, prevarranno le dinamiche cicliche tipiche degli asset rischiosi, con possibili correzioni al ribasso.

In ogni caso, i prossimi tre-sei mesi saranno decisivi. L’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, lo stato dello Stretto di Hormuz e la risposta delle banche centrali rappresentano le variabili da monitorare con la massima attenzione per chi vuole comprendere dove andrà il prezzo del bitcoin.

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