Lo Stretto di Hormuz è bloccato da cinque settimane e il mondo, per ora, sembra guardare altrove. Ma secondo gli analisti di PIMCO, il tempo a disposizione prima che questa crisi si trasformi in uno shock economico globale si sta esaurendo rapidamente. Le scorte calano, la capacità di stoccaggio mediorientale è quasi satura e i mercati finanziari continuano a scommettere su una soluzione rapida che potrebbe non arrivare.
L’analisi firmata da Tiffany Wilding, economista di PIMCO, e Andrew DeWitt, portfolio manager della stessa casa di gestione, dipinge un quadro preoccupante. Il conflitto che coinvolge l’Iran sta mettendo a rischio circa il 20% dell’offerta energetica mondiale, una percentuale che transita normalmente attraverso lo stretto sotto forma di petrolio e prodotti energetici destinati ai mercati importatori di tutto il pianeta.
Perché i mercati restano calmi (per ora)
La domanda centrale è semplice: come si spiega la relativa tranquillità dei mercati finanziari di fronte a un’interruzione di queste proporzioni? Secondo Wilding e DeWitt, la risposta sta nelle aspettative degli operatori, ancora orientate verso una risoluzione in tempi brevi.
I numeri lo confermano. Il prezzo spot del Brent nel Mare del Nord si aggira intorno ai 125 dollari al barile, ma i contratti futures con consegna a dicembre 2026 scambiano vicino agli 80 dollari. Questo sconto significativo rivela che il mercato sta prezzando un ritorno alla normalità.
C’è poi un secondo fattore: prima dello scoppio del conflitto, il mondo disponeva di riserve petrolifere abbondanti, che stanno funzionando come ammortizzatore temporaneo. Inoltre, la capacità di stoccaggio presente in Medio Oriente ha permesso di continuare a produrre nonostante le difficoltà nei trasporti marittimi.
Dei circa 20 milioni di barili al giorno che transitavano dallo stretto, poco più di 10 milioni risultano effettivamente bloccati in termini di produzione. Il resto viene ancora estratto e accumulato nei depositi della regione.
Un’interruzione senza precedenti nella storia moderna
Per comprendere la portata di quanto sta accadendo, è utile un confronto storico. Un taglio del 20% dell’offerta globale di petrolio non ha eguali nell’era contemporanea. L’unico paragone possibile, come sottolinea l’analisi di PIMCO, è il crollo della domanda durante i lockdown legati al COVID, quando il consumo mondiale di energia subì una contrazione analoga, circa il 20% secondo i dati dell’OCSE.
In quel periodo, nella prima metà del 2020, il PIL globale si contrasse di oltre il 10% su base annualizzata. La ripresa fu poi rapida grazie alla riapertura delle attività economiche, ma lo scenario attuale presenta dinamiche molto diverse.
Altri precedenti storici offrono indicazioni altrettanto eloquenti. L’embargo petrolifero arabo e la rivoluzione iraniana negli anni Settanta provocarono una riduzione della produzione globale compresa tra il 5% e il 7%, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Entrambi gli episodi coincisero con recessioni negli Stati Uniti e un forte rallentamento della crescita mondiale.
Anche la Guerra del Golfo dei primi anni Novanta causò un’interruzione dell’8%-10% della produzione. In quell’occasione, la crescita del PIL reale nei Paesi OCSE scivolò dal 3,6% all’1,4%.
Le scorte si esauriscono e la logistica detta i tempi
Il problema fondamentale è che le riserve che oggi proteggono le economie non sono illimitate. Con il passare delle settimane, il cuscinetto si assottiglia e i mercati saranno costretti a fare i conti con la possibilità di un vero shock negativo dell’offerta, non più una semplice redistribuzione di reddito tra chi produce e chi consuma energia.
Le tempistiche logistiche giocano un ruolo cruciale in questa dinamica. Le ultime petroliere partite dallo Stretto di Hormuz a fine febbraio stanno arrivando solo adesso a destinazione. I tempi di navigazione variano enormemente in base alla rotta: servono 10-20 giorni per raggiungere l’Asia, 20-35 giorni per Europa e Africa, e 35-45 giorni per la costa del Golfo degli Stati Uniti.
Le scorte esistenti, inoltre, non sono distribuite in modo uniforme. Secondo l’AIE, le riserve nei Paesi OCSE coprirebbero circa 140 giorni di domanda ai livelli dell’anno scorso. Ma le differenze tra Paesi sono enormi: nazioni come Messico, Australia, Irlanda e Regno Unito dispongono di meno di due mesi di autonomia.
India e Australia stanno già adottando contromisure per fronteggiare possibili carenze. I raffinatori asiatici, nel frattempo, stanno riducendo preventivamente la produzione per gestire la situazione. In Medio Oriente, la capacità di stoccaggio si sta riempiendo a ritmo sostenuto.
Il conto alla rovescia per lo stoccaggio mediorientale
Un dato particolarmente significativo riguarda proprio i depositi nella regione del Golfo. Con una produzione già ridotta di circa 10 milioni di barili al giorno e una capacità residua stimata tra 150 e 300 milioni di barili, il margine rimasto copre appena due o tre settimane. Dopo di che, ulteriori tagli produttivi diventeranno inevitabili.
Alcuni produttori hanno parzialmente dirottato i flussi attraverso oleodotti alternativi, ma questa soluzione offre solo un sollievo limitato nel tempo. Una volta che la produzione viene fermata, il riavvio non è immediato: possono essere necessarie settimane o addirittura mesi per tornare ai livelli precedenti.
Aumentare la produzione al di fuori del Medio Oriente, poi, richiede tempo e soprattutto prezzi che giustifichino gli investimenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, un prezzo forward del WTI intorno ai 70 dollari al barile non sembra sufficiente a incentivare un incremento significativo della produzione shale in un contesto così instabile.
Le mani legate della politica economica
Se lo scenario di PIMCO dovesse concretizzarsi, le autorità economiche si troverebbero con margini di intervento molto ridotti. La politica monetaria è già vincolata dall’inflazione elevata: abbassare i tassi per sostenere la crescita significherebbe alimentare ulteriormente la corsa dei prezzi.
Sul fronte fiscale, misure come il controllo dei prezzi dei carburanti rischiano di essere controproducenti. In presenza di uno shock che colpisce il 20% dell’offerta globale, i prezzi devono necessariamente salire fino a comprimere la domanda nella stessa proporzione. Questo significa, nei fatti, accettare una recessione.
Interventi volti a limitare l’aggiustamento naturale dei prezzi finirebbero per amplificare gli squilibri e pesare sui conti pubblici, senza risolvere il problema di fondo.
Le carenze energetiche possono propagarsi ovunque
L’elemento più insidioso dello scenario delineato da PIMCO riguarda l’effetto domino lungo le catene di approvvigionamento globali. Le carenze energetiche, inizialmente concentrate nell’industria asiatica (la regione più dipendente dai flussi che transitano per lo Stretto di Hormuz), potrebbero propagarsi rapidamente, generando carenze diffuse e pressioni sui costi in tutto il mondo.
Wilding e DeWitt avvertono che i mercati, finora concentrati sugli effetti inflazionistici temporanei della crisi, potrebbero presto trovarsi a fare i conti con un quadro molto diverso: aumento dei rischi di recessione globale, distruzione della domanda, impatti negativi su azionario e credito. In questo scenario, crescerebbe il premio riconosciuto alle obbligazioni come bene rifugio.
Cosa aspettarsi nelle prossime settimane
Il messaggio di fondo dell’analisi è chiaro. Ogni settimana che passa senza una de-escalation aumenta i costi economici del conflitto. I cuscinetti che oggi proteggono le economie (scorte, capacità di stoccaggio, aspettative ottimistiche dei mercati) si stanno consumando.
Come sintetizzano gli analisti di PIMCO: “Sebbene i mercati continuino a scontare uno scenario di interruzione temporanea, il rischio è che debbano presto confrontarsi con la prospettiva di un conflitto più prolungato e di costi economici ben più elevati”.
Per gli investitori, il nodo centrale è proprio questo: il mercato sta prezzando lo scenario migliore, ma le condizioni sul terreno raccontano una storia diversa. Se la rotta dello Stretto di Hormuz dovesse restare chiusa ancora a lungo, la transizione da crisi temporanea a shock strutturale potrebbe avvenire più rapidamente di quanto molti si aspettino.




