Petrolio in crollo: Brent a 93 dollari e greggio Usa a -14%

Metà della benzina e del diesel prodotti in Italia finisce sui mercati esteri. Un dato che, nel pieno della crisi scatenata dall’intervento americano e israeliano in Iran, rappresenta una rete di sicurezza fondamentale per gli automobilisti italiani. Ma cosa sta succedendo davvero sui mercati energetici, e quali sono le conseguenze concrete per chi fa il pieno al distributore?

Il crollo delle quotazioni: cosa è successo

L’apertura di Donald Trump a una tregua con l’Iran ha provocato un vero e proprio terremoto sui mercati petroliferi. Il greggio americano Wti, che nei giorni più caldi della crisi aveva sfiorato i 117 dollari al barile, è precipitato fino a 95 dollari, con un calo del 14%.

Andamento analogo per il Brent, il riferimento europeo estratto nel Mare del Nord. Dopo aver superato la soglia dei 111 dollari, ha iniziato a ripiegare fino a 109,6 dollari. Quando da Washington è arrivata la notizia della schiarita diplomatica, il prezzo è crollato ulteriormente fino a 93 dollari al barile.

Il gas naturale, intanto, ha chiuso in rialzo a 52,4 euro al megawattora, con un incremento del 4,8%. Va precisato, però, che il mercato olandese del Ttf era già chiuso nel momento in cui Trump ha fatto il suo annuncio. Se la tregua dovesse reggere, è ragionevole aspettarsi una seduta positiva sui mercati finanziari.

Borse in sofferenza e titoli di Stato sotto pressione

L’ottovolante del petrolio non ha risparmiato le piazze finanziarie europee. Francoforte ha ceduto l’1,06%, Londra lo 0,84%, Parigi lo 0,67% e Milano lo 0,47%. A Wall Street, gli indici hanno navigato in territorio negativo per l’intera seduta, avvicinandosi alla parità solo nel finale.

A pagare il prezzo dell’incertezza sono stati anche i titoli di Stato. I rendimenti dei Treasury americani sono saliti di tre punti base, raggiungendo il 4,36%. Il Bund tedesco ha registrato un incremento ancora più marcato, con nove punti base in più fino al 3,08%.

Il termometro della paura sui mercati, il celebre indice Vix, ha confermato il clima di tensione con un’impennata di 13 punti percentuali. Un segnale inequivocabile della volatilità che ha dominato la giornata.

Prezzi alla pompa: variazioni minime per ora

Chi si è recato al distributore ha notato variazioni quasi impercettibili. Secondo i dati dell’osservatorio del Mimit, la benzina è passata da 1,781 a 1,782 euro al litro. Il gasolio, invece, è salito da 2,140 a 2,143 euro al litro.

Attenzione, però, a interpretare correttamente questi numeri. Le quotazioni ai distributori riflettono ancora l’ottimismo, poi svanito, legato alle voci di una possibile tregua in Iran che circolavano nei giorni precedenti. Non si tratta quindi di un effetto immediato dell’ultimo annuncio di Washington.

Perché l’Italia può guardare con ottimismo alle scorte

In questo scenario di grande incertezza, il sistema petrolifero italiano offre un elemento di tranquillità non trascurabile. Lo ha spiegato chiaramente Gianni Murano, presidente dell’Unem, l’associazione che riunisce le aziende della filiera petrolifera nazionale.

“Siamo ‘lunghi’ nella produzione di benzina e diesel”, ha dichiarato Murano. “Esportiamo una grossissima quantità di quello che raffiniamo. Non vedo, almeno nel breve periodo, il rischio per gli automobilisti di restare a secco”.

I numeri confermano questa analisi. Lo scorso anno, su sessanta milioni di tonnellate di greggio raffinato, circa la metà (25,7 milioni di tonnellate) è stata venduta all’estero. Di queste, 8,3 milioni sono gasolio e 6,2 milioni benzina. Le destinazioni principali? Europa e Mediterraneo, con spedizioni anche verso gli Stati Uniti.

L’importazione di prodotti finiti, per contro, supera di poco i 15 milioni di tonnellate. Il punto debole resta il Jet fuel per gli aerei (l’Italia importa metà del fabbisogno), insieme a Gpl e biocarburanti.

Un’industria della raffinazione che resiste

L’Italia rappresenta un caso quasi unico nel panorama europeo. Nonostante estragga soltanto un decimo del fabbisogno di greggio e meno del 5% del gas necessario, è riuscita a mantenere in vita una solida industria della raffinazione.

Nel 2025 gli impianti nazionali hanno lavorato 63,7 milioni di tonnellate (in calo dell’1,9% rispetto al 2024), a fronte di un fabbisogno interno di 51 milioni. Il fatturato complessivo si aggira intorno ai cento miliardi di euro, anche se due terzi di questa cifra finiscono nelle casse di compagnie straniere.

La capacità produttiva potenziale è ancora più elevata: gli impianti potrebbero superare le 80 milioni di tonnellate lavorate. Oggi nel Paese operano 10 raffinerie e 2 bioraffinerie, distribuite equamente tra Nord e Sud.

La mappa delle raffinerie italiane

Il primato produttivo spetta alla Sicilia. La raffineria di Priolo è la più grande con 16 milioni di tonnellate annue, seguita da Milazzo (10 milioni) e Augusta (9 milioni). Al Nord, l’impianto lombardo di Sannazzaro de’ Burgondi gestisce 10 milioni di tonnellate l’anno.

La produzione complessiva del 2025 racconta un settore diversificato: 26,7 milioni di tonnellate di gasolio, 13,8 milioni di benzina, 5 milioni di oli combustibili, 4 milioni di nafta e quasi 3 milioni di Carboturbo.

Export del diesel: una rete globale

Il diesel italiano viaggia in tutto il mondo. Su quasi 8 milioni di tonnellate esportate, 1,3 milioni raggiungono Gibilterra, uno dei principali hub di distribuzione petrolifera a livello globale, per poi essere redistribuite su scala internazionale.

La lista dei clienti è lunga e variegata: Croazia (1,326 milioni di tonnellate), Spagna (un milione), Libia (692mila), Algeria (596mila), Slovenia (564mila), Turchia (446mila), Francia (364mila). A questi si aggiungono Marocco, Israele, Egitto, Svizzera e Albania.

Il segreto della resilienza italiana

Come si spiega la tenuta del settore rispetto al resto d’Europa? Secondo Murano, la chiave sta nella struttura del mercato. “La presenza di grandi raffinerie che hanno saputo ridurre i costi e, non avendo una rete di distribuzione propria, rifornire tante compagnie diverse nel mondo” ha permesso al sistema di reggere.

Le realtà più piccole, dal canto loro, “hanno potuto soffermarsi meglio sul mercato domestico”, trovando una propria nicchia redditizia.

Proprio questo eccesso produttivo (63,7 milioni contro 51 milioni di consumi interni) rappresenta un asset strategico che il governo sta valorizzando nel piano per l’emergenza energetica. Le scorte di greggio, al momento, sono garantite fino a tutto maggio.

Il fenomeno del tankering potrebbe ampliarsi

Con il peggioramento della situazione nello Stretto di Hormuz e l’eventuale aggravarsi del conflitto, un fenomeno già visibile potrebbe estendersi: il tankering. Si tratta della pratica per cui aerei e mezzi preferiscono fare rifornimento in un Paese dove le scorte sono più abbondanti e i prezzi più competitivi.

Oggi questo avviene già per il Jet fuel aeronautico. Ma secondo Murano, il fenomeno potrebbe allargarsi anche ad altri carburanti. “Con scorte più basse e prezzi più alti in altri Paesi, come Francia e Regno Unito, molti aerei potrebbero preferire far rifornimento in Italia, attingendo alle nostre riserve”, ha spiegato il presidente dell’Unem.

Il quadro complessivo

La crisi iraniana ha messo in luce la fragilità dei mercati energetici globali, ma anche i punti di forza del sistema italiano. Un’industria della raffinazione ancora competitiva, un surplus produttivo consistente e scorte garantite nel breve periodo offrono un cuscinetto importante.

L’incognita resta la durata della tregua annunciata da Washington. Se dovesse reggere, i prezzi del greggio potrebbero stabilizzarsi e i mercati finanziari tirare un sospiro di sollievo. In caso contrario, la volatilità continuerà a dominare le sedute, con ripercussioni inevitabili anche sui prezzi alla pompa nel medio termine.

Per il momento, però, il consiglio è quello di guardare ai fondamentali: l’Italia produce più carburante di quanto ne consuma, e questa resta la migliore garanzia per chi ogni giorno deve fare il pieno.

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